Una serata dedicata a Fellini dal Balletto di Siena

Ogni anno, il Festival del Cinema di Salonicco costituisce una delle istituzioni davvero in grado di
portare aria di cultura in città e di dare, a quanti vi si ritrovano, l’opportunità di celebrare le arti, di
assistere alle opere in anteprima e di entrare in contatto con nuovi artisti.

Nella cornice del Festival, presso il Megaro Mousikis di Salonicco, è stato ospitato il Balletto di Siena,
con lo spettacolo di danza “Fellini, la dolce vita di Federico”. A scanso di equivoci per la lettura di
questo articolo, lo spettacolo non era la trasposizione teatrale e coreografica dell’omonimo
capolavoro di Fellini, ma un percorso incentrato sulla danza e accompagnato dalla musica, che lui
stesso scelse per i suoi film, durante tutto il suo vissuto personale e artistico. Uno spettacolo di
balletto-requiem che rende omaggio all’artista e alle persone che vi hanno lasciato il segno.

Ma parliamo della serata. Lo spettacolo è iniziato con tutti i ballerini che si sono riversati sulla scena
in un evidente riferimento a “La strada” e immediatamente hanno iniziato a danzare, riempiendo la
nuda scenografia. I personaggi, con costumi minimali, da un paio di ballerine e molti cambi, hanno
riempito la scena del M1 e hanno valorizzato ogni centimetro del palco. Personalmente, i miei
complimenti vanno a Elena Badalassi, che ha interpretato Gelsomina e che ha conferito movenze
aeree al ruolo che le è stato affidato: ha abbandonato la sua essenza e si è lasciata trasportare dai
movimenti suggeriti dalla coreografia.

Filippo Del Sal ha posto la sua firma al ruolo di Federico Fellini, abbracciando con la danza uno dei
più importanti personaggi che hanno animato il Bel Paese nel secolo scorso. In modo semplice e
posato, ne ha colto l’arte, il sentimento e la vecchiaia incombente. Si è lasciato trasportare con
naturalezza e ci ha condotto verso il finale con gestualità assai teatrali. Degno di nota è anche il suo
cambiamento nella seconda parte dello spettacolo, che supera il concetto di radicalità.

Per quanto mi riguarda, mi inchino al talento nascosto di Giuseppe Giacalone, che, durante lo
spezzone più esteso dello spettacolo, ha rappresentato un personaggio statico che scalpitava nel
complesso dell’azione coreutica. Ma quando ha eseguito la propria coreografia, ha lasciato tutti a
bocca aperta. Il suo corpo sodo è diventato flessibile, con una particolare plasticità e con movenze
tanto compatte e solide quanto angeliche, tali da riuscire a cambiare radicalmente, in pochissimi
secondi, il suo intero aspetto.

Per un non so che di inspiegabile, ma soprattutto per il calore che mi ha trasmesso la sua presenza
(miei cari, la volontà di chi scrive agisce per vie misteriose: quando qualcosa mi si fissa nella mente,
devo scriverla!), il mio ultimo plauso va a Cristian Luce, il sorriso e la tranquillità del quale risultano
antitetici all’energia della danza e al risultato finale raggiunto sul palco.

Naturalmente, era rilevante anche l’affiatamento di tutti i ballerini durante lo spettacolo. Il risultato
finale di un tale sforzo è il lavoro armonico di una squadra che comunica e collabora nel migliore dei
modi, aspetto facilmente distinguibile durante tutta la rappresentazione. E siccome è risaputo che,
per quanto concerne il balletto, spesso diventano famosi solamente i nomi dei solisti, in questo caso
ho dovuto chiedere aiuto al coreografo per impararne i nomi e poterveli riportare qui.

Tutto questo lavoro sarebbe stato nullo senza la visione di Marco Batti. Coreografo e regista,
fondatore del Balletto di Siena, non ha semplicemente immaginato una coreografia da
rappresentare. Ha preso un personaggio e l’ha reso proprio, e ci ha trasmesso, per circa due ore, il
suo amore per lui e la sua smisurata ammirazione. Senza questi due elementi, l’intero spettacolo sarebbe rimasto una coreografia statica, una reiterazione di piroette e clichés. Ma ai nostri occhi
abbiamo visto realizzarsi un miracolo di danza, realizzato da persone che amano l’originalità di
quest’opera e danno sé stessi a ogni movimento, ogni passo e ogni minuto che corre davanti a sé.

L’opera è la più alta gioia e l’assoluta libertà nell’espressione di un sentimento. Nel caso di “Fellini,
la dolce vita di Federico”, la gioia e la liberazione emotiva hanno travalicato i confini dell’autore,
sono state accolte e infine interiorizzate dal pubblico. In conclusione, la commemorazione di Fellini,
in forma di balletto, è diventata un’esperienza collettiva!

A cura di Mattia Fino

Link utili

Balleto di Siena
https://www.ballettodisiena.it/

Marco Batti
http://www.marcobatti.com/

Προπώληση για την παράσταση στην Αθήνα
https://www.viva.gr/tickets/dance/fellini-la-dolce-vita/

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